"Art of Vandalism?"

Fino al 26 maggio "Art of Vandalism?", esposizione collettiva di street artist italiani organizzata dalla neonata associazione culturale bresciana "Segmenti urbani".

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L’esposizione collettiva ART OF VANDALISM? non vuole essere una mostra di street art: come sarebbe possibile portare un'arte che nasce e vive in strada in un luogo espositivo?
A seguito della grande curiosità e della conseguente confusione che si è generata riguardo questo movimento, desideriamo mostrare il lavoro di alcuni suoi protagonisti, spesso etichettati come vandali. ART OF VANDALISM? è quindi una vetrina che mette in luce artisti che continuano a lavorare senza spezzare il legame tra opera e libertà espressiva, così da mostrare il nostro punto di vista sulla street art.
Facciamo alcuni passi indietro. Tutto ha inizio con il graffitismo, nato alla fine degli anni Sessanta tra le strade di New York e dal desiderio di rivalsa, dalla ricerca di identità e voglia d'affermazione che i ragazzi afroamericani delle periferie esprimevano tramite l’atto dello scrivere sui muri il proprio nome d’arte (tag). Da allora la tag, inizialmente abbinata al numero che identificava la zona d'appartenenza, è diventata arma per rivendicare individualità. Dal 1971, da fenomeno di nicchia si è trasformata in un movimento globale, dalle semplici firme si è passati, grazie alla ricerca stilistica, a lavori sempre più grandi e virtuosamente composti. Il movimento stava evolvendo attraverso la nascita di nuovi stili frutto di ricerche formali, come il “bubble style”, il “bar letters”, “wild style” o il “3D letters”. Nel corso degli anni la consapevolezza artistica degli autori è cambiata e la voglia di emergere ha portato i graffiti artists a realizzare opere spettacolari, imponenti e ricercate.
Verso la fine degli anni Novanta si è arrivati ad un bivio epocale nel mondo del graffitismo: da una parte è rimasta una corrente fortemente legata alle proprie radici, dall'altra si è liberato un movimento artistico in piena evoluzione, ancora vicino alla strada, ma che ambiva a comunicare a un pubblico più ampio. Questo nuovo movimento è stato prontamente etichettato come “street art” da chi ne voleva sfruttare l’appeal commerciale.
Influenzata pienamente dagli anni Novanta, pur mantenendo le radici nel graffitismo, la street art ha attinto a piene mani dall’aereosol culture, dal movimento rave, dalla produzione dal basso dei centri sociali, dalle grafiche degli skateboard, dalle fanzine, dai fumetti... un conglomerato di influenze che hanno creato una netta separazione dal writing, introducendo nuovi riferimenti culturali ed estetici, il concetto di unicità dell’opera, nuove tecniche e nuovi strumenti (oltre a bombolette e marker, si utilizzano rulli da imbianchino, sticker, stencil, poster e installazioni eseguite con una vastissima gamma di materiali).
Oggi la street art è di moda: da cultura underground è diventata un fenomeno di massa. Utilizzata da grandi marchi per le pubblicità, viene messa in vetrina da galleristi estranei al movimento, ma attirati dalla possibilità di guadagnare, arrivando ad asportare porzioni di muro per esporle nella propria sala (quindi uccidendo l’opera). Spesso viene sfruttata da enti e Comuni per rifare il look a quartieri difficili, tralasciandone però le reali criticità. È stato abusato e travisato il concetto stesso di questa arte. Si sta cercando di fare un distinguo tra street art legale e illegale, senza capire che l’atto artistico - che piaccia o meno - non definisce il degrado o il recupero di un quartiere. L’intervento in strada è un atto spontaneo, con il quale si dialoga con l’ambiente, ed è ciò che di più libero e sociale si possa trovare.
L’ipocrisia di alcune istituzioni in questo campo è fin troppo evidente. Un esempio si ha quando vengono condannati e cacciati i writer per le tags e, al tempo stesso, si acclama ogni nuova opera di artisti famosi come Banksy, trascurandone il passato da writer e il fatto che le sue opere siano per la maggior parte compiute illegalmente. Tutto ciò che non rientra in parametri prestabiliti, che non viene ritenuto utile per il decoro urbano, viene etichettato come vandalismo, senza capire che questo movimento ha in sé una connotazione ben precisa: la libertà di agire nel tessuto urbano senza vincoli, senza restrizioni, ma rispondendo solo al volere dell’artista stesso.

LA MOSTRA
L'obiettivo della collettiva è quello di esporre il lavoro di street artist che, continuando ad agire illegalmente, vengono etichettati come vandali. Vogliamo mostrare che dietro a questi “atti vandalici” esiste sempre un lavoro di ricerca artistica: al contrario di ciò che si ritiene, l'intento non è quello di danneggiare, ma di comunicare. Ogni artista coinvolto nel progetto ART OF VANDALISM? esprime modalità e stili differenti, (mostrando la varietà che esiste in un mondo caratterizzato da confini sempre più labili), ma tutti sono accomunati dallo stesso impulso che spinge gli artisti a intervenire in strada, sui treni, tra i vicoli, sui muri dei palazzi. Il luogo in cui si tiene la mostra, il bunker, è nato come rifugio per la popolazione civile durante il secondo conflitto mondiale: diventa ora custodia per queste bombe di creatività, alimentando il cortocircuito creato nel mondo della street art.
Seguendo il percorso storico che abbiamo descritto, anche quello espositivo inizia con il writing: attraverso gli scatti di S.B. viviamo lo spaccato legato ai treni, alle stazioni, dove i lavori corrono lungo i binari. Le tele dei writer Tommy Sper e Bone ci mostrano invece il loro percorso artistico e stilistico, dai muri alla tela e viceversa. Daniele Tozzi, artista romano, negli anni ‘90 si firmava Pepsi, ma quello che espone ora sono i suoi delicati giochi calligrafici, frutto di una ricerca stilistica improntata dallo studio del lettering. Anche lo stencil può essere considerato un'evoluzione del writing: serviva un mezzo per limitare il rischio di essere fermati, velocizzare l'esecuzione dell'opera, senza perdere la qualità dell'immagine. Anche in questo caso la ricerca e la voglia di distinguersi ha elevato una tecnica basilare. Un esempio sono artisti quali Nabla&Zibe, Uno e Icks, tra i più prolifici e originali stencil artist italiani che hanno saputo rileggere questa tecnica in chiave del tutto personale. Anche per Nemo's tutto è iniziato con le bombolette, ma la sperimentazione - utilizzando un mix di tecniche - è la caratteristica principale dei suoi lavori, conditi da un interesse figurativo per l'anatomia antropologica.
È facile notare le grandi dimensioni dei murales, ma esiste anche un ricco microcosmo nascosto che arricchisce le nostre strade e lo sticker è il principale protagonista. Con Bombing Bunker, che raccoglie piccoli progetti creativi da tutto il mondo, e con i poster dell'artista StelleConfuse, tra i capisaldi italiani di quest'arte, ne offriamo una panoramica. Sempre di poster si parla con il collettivo Guerrilla Spam. Le loro opere sono dense di tematiche sociali, con lo scopo principale di comunicare con i passanti.
Come detto, la street art è un fenomeno globale: grazie agli scatti di Giovanni Candida, Robby Rent e Anton Akimov mostriamo opere nate “spontaneamente” in diverse città d'Europa.
Per concludere la carrellata di tecniche e stili, abbiamo invitato l'artista urbano Biancoshock: i suoi interventi interrompono la monotonia della vita quotidiana, sono idee apparentemente semplici, che fanno sorridere, ma contemporaneamente riflettere. Per la mostra presenta un progetto site-specific. L'ultimo artista coinvolto è Ivan Tresoldi, poeta di Milano, che insieme a Segmenti Urbani e Simone Pallotta porta “Vuoto a rendere”, progetto di poesia di strada e assalto poetico.

Rifugio Vittorio Arrigoni
Brescia, via Odorici 6B
6-25 maggio
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